Edizione 2022

Introduzione di Sara Sostini
Report di Andrea Intacchi, Alessandro Elli, Daniele Ruggiero, Giacomo Slongo, Simone Vavalà
Foto di Benedetta Gaiani, Matteo Musazzi, Simona Luchini

Artista: Abbath | Fotografa: Benedetta Gaiani | Data: 18 Settembre 2022 |Venue: Live Club | Città: Trezzo sull’Adda

 

È finalmente arrivato anche per noi di Metalitalia.com il momento di tornare in prima persona nella dimensione live: dopo tre anni, risvegliare e rimettere in moto la macchina del nostro festival è stato difficile, faticoso, ma – come ogni volta – bellissimo. Prima di tutto per la musica, quest’anno più concentrata sul thrash e black metal luciferino declinati in varia natura, in un connubio da pelle d’oca. Secondo poi, perchè domenica 18 settembre Metalitalia.com ha compiuto ventidue anni, e avere l’occasione di festeggiare insieme a chi costruisce e vive (da redattore, addetto ai lavori o lettore, come tante e tanti) questa realtà, che sia dal primo giorno o anche solo da una settimana, è comunque un bellissimo modo di vivere la propria passione per essa. Terzo, ma non meno importante, perchè tornare in un locale che, per il nostro festival, è sempre stato una vera e propria casa, arricchita da stand, distro, merch, una cucina sugosa, bar a prezzi decenti, l’ampio giardino e vestirlo per due giorni di colori neroverdi e musica pesantissima è stato… importante. Come abbiamo già scritto nei ringraziamenti – soprattutto a voi fan e spettatori, che avete creduto in noi e ci avete dato fiducia e sostegno per due giorni – la situazione dopo due anni di pandemia, crisi economica e conseguente aumento dei costi produttivi non era delle più rosee in termini di previsioni, organizzazione e riuscita. Eppure abbiamo scelto di andare avanti, e voi con noi, al punto che all’inizio di questa settimana si è concretizzata la possibilità di una nuova edizione nel 2023.
È con questa speranza che vi lasciamo al resoconto (in parole e fotografico, meet & greet compresi), di due intensi, faticosi, luridi ed eccezionali giorni. Buona lettura!

SABATO 17 SETTEMBRE

NATIONAL SUICIDE
In perfetta modalità svizzera (gli orari delle esibizioni rispetteranno perfettamente il running order previsto per la giornata), alle 14 spaccate i National Suicide prendono possesso del palco. Chi conosce, o meglio ancora, ha avuto l’occasione di vedere in azione la band di Rovereto, sa a cosa sarebbe andato incontro nella mezz’ora a loro disposizione. I paragoni e i rimandi agli Overkill sono infatti più che legittimi: vuoi per l’ugola di Stefano Mini, spiccatamente al vetriolo come quella di ‘Sua Elettricità’ Bobby Blitz, vuoi comunque per la capacità di donare una buona dose di orecchiabilità alla valangata di riff riversati. Si comincia quindi, di fronte ad un pubblico numericamente accettabile, visto l’orario: “Grazie per essere venuti qui alle due del pomeriggio per vedere ‘sta gente che suona” dice Mini con tanto di giubbetto in pelle e berrettino (il clima all’interno del locale é più che apprezzabile, mentre all’esterno si passa gradevolmente da temperature estive in zona garden ad autentiche folate da bora triestina lungo il corridoio che porta all’entrata del Live Club). Ma torniamo on stage! Ad aprire le danze del set firmato National Suicide ci pensa “I Refuse To Cry” ma è con la successiva “Massacre Elite” che la band inizia a pigiare il piede sull’acceleratore. Supportati da suoni tutto sommato discreti (qualche riserva la poniamo proprio sul microfono) i cinque trentini riescono a macinare la giusta adrenalina, così da incanalare sui binari tanto attesi una giornata bollata tranquillamente pane (o casoncelli) e thrash. Ed è quello che poi traspare dalle prime file, osservando da vicino le schitarrate e gli assoli sparati senza tregua da Tiz Campagna e Daniele Valle; tra loro si esalta Francesco Pinter, nuovo bassista dallo scorso luglio, autore di una prova davvero convincente. Ed è proprio dal suo basso che parte l’intro di “Old, White an’Italian” la quale come sottolineato più volte da Mini “non ha un cazzo di politico“. Il breve ma intenso show fila via rapido e dalle retrovie arrivano cenni di chiusura: non c’è tempo per altre parole, “Dedicata a voi, questa è ‘Sucks’n’Artillery’“. Il cantante saluta tutti e fa per uscire ma dalla regia arrivano nuovi segnali; c’è spazio ancora per un pezzo e allora ecco la bombarola “No Shot No Dead”. Trenta minuti fulminei per il via ufficiale della prima giornata del Metalitalia.com Festival. (Andrea Intacchi)

HYADES
Pronti via: cambio palco in modalità pit-stop (sarà così per tutte le band delle due giornate, comprese quelle più adorne di chincaglierie) ed ecco gli Hyades, di ritorno on stage dopo moltissimo tempo. Testa, Orlando, Negonda e Rodolfo Rawdeath, capitanati da Marco Colombo: gli amici si riuniscono al Metalitalia.com Festival con l’unico intento di rovesciare sui presenti oltre venticinque anni di passione in formato thrash. Prova superata pur con qualche problemino fonico, particolarmente affezionato ai volumi dell’impianto vocale (nota tecnica che verrà perfezionata in corso d’opera). Da parte loro gli Hyades, consapevoli del minutaggio da sfruttare, non si perdono in chiacchiere, tempestando da subito il proprio set, rovistando a dovere tra i lavori rilasciati in carriera. E’ “Buried in Blood” a lanciare l’invettiva con due note di colore che balzano immediatamente agli occhi. Da una parte i pants viola ed attillati d’ordinanza di Colombo, dall’altra la t-shirt firmata nostalgia indossata da Roberto Orlando: dietro al basso, sotto il giubbetto di jeans, rigorosamente toppato, ecco la scritta malinconica ‘Commodore-64’. Un ritorno al passato, un salto in quegli anni Ottanta, dove il thrash affondò le proprie radici e dal quale i nostri hanno preso a piene mani, riuscendo a miscelarlo a dovere in una chiave a suo modo più moderna. E con gli Hyades arrivano anche i primi segnali da pogo a centro pit; ne conteremo a centinaia da qui a fine serata. Anche dal vocalist varesino arrivano i ringraziamenti ai braccialettati di giornata, nel frattempo in aumento. Ed è qui che parte “Ignorance Is No Excuse” dall’ultimo “The Wolves Are Getting Hungry”: mazzolate in modalità Exodus, confermando la preferenza per la Bay Area dell’act lombardo. Compattezza esecutiva che risente leggermente della mancanza di attività live ma l’esperienza viene in aiuto: il meglio insomma deve ancora venire e allora, con un perfetto gioco di parole, da “And The Worst Is Yet To Come” è “The Apostles Of War” a rincarare la dose di battiti tellurici in zona transenna dove l’aria comincia ad andare amichevolmente a braccetto con thrashers presenti, mentre là dietro un esaltatissimo Rod Rawdeath sbraita sovrano attraverso le sue bacchette. Le lancette corrono e, come da copione, a chiudere i battenti di questa seconda bombetta del sabato pomeriggio, ci pensa la cover dei Beastie Boys “Fight For Your Rights”, coinvolgendo l’intera audience nell’innalzare il monito principale del pezzo. Il thrash tricolore cesella la casella numero due, ma dietro le quinte è già pronta un’altra formazione lombarda; il tempo, minimo, di un cambio stage e si riprende a muovere la testa. (Andrea Intacchi)

IN.SI.DIA
Otto anni fa, proprio su questo palco, gli IN.SI.DIA festeggiavano il loro comeback sulle scene. Oggi, il quartetto è ancora qui, in una veste di seconda giovinezza, pronto a celebrare un altro importante evento: l’uscita, prevista per il prossimo 30 settembre, del quarto album in carriera “Di Luce e d’Aria”, promosso dalla Punishment 18 Records. Nel frattempo, Fabio Lorini ae compagnia sonante (compreso l’ultimo entrato, il batterista Paola Pirola) ci deliziano con cinquanta minuti di thrash made in Italy. Per chi non conoscesse la band di Brescia, uno degli elementi che da sempre l’ha caratterizzata è proprio la scelta del cantato in lingua madre. Ostico e pungente per qualcuno, efficace nel caso degli IN.SI.DIA i quali iniziano il proprio show con la trascinante “Nulla Cambia”. Visti in azione poco più di un mese fa, in occasione della festa di Radio Onda d’Urto, il gruppo, nato nel 1987 sotto il monicker di Inviolacy, conferma nuovamente il buonissimo stato di forma nonostante, anche in questo caso, i suoni penalizzano, fortunatamente solo in parte, la prestazione generale dei singoli interpreti. Si continua: è tempo immediato di classici e “Parla… Parla” è giustamente uno di questi. Si aggancia pure il “Grido” e, rimanendo in tema di urla, qualcuno dalla folla si lascia andare ad un tenero “Vai Gnari!!!” prima che la rocciosa “Sulla Mia Strada” si faccia largo tra i metallari accorsi, grazie al suo incedere scandito e roboante, in cui dimostra le proprie abilità il batterista Pirola. A fine mese, come detto, uscirà il nuovo album, già fisicamente presente nella zona merch del festival: e proprio da “Di Luce e d’Aria”, Lorini e compagni ci propongono “Dentro Al Cerchio” brano che, pur rimanendo nei canoni tanto cari agli IN.SI.DIA, si fa notare per una certa variabilità d’intenti, con un sontuoso lavoro alle sei corde di Manuel Merigo. Dall’ultimo “Denso Inganno” arriva invece la spedita “Mai Perdere Il Controllo” dove l’operato incrociato tra Merigo e Alessandro Venzi la fa da padrona. Coerenti come sempre, gli IN.SI.DIA chiudono la propria setlist omaggiando i Negazione con “Tutti Pazzi”. Il thrash metal tricolore spegne nuovamente il motore ma sarà solo per qualche minuto. Una pressione positiva è pronta ad esplodere. (Andrea Intacchi).

EXTREMA
C’è attesa per gli Extrema e per il loro show incentrato sullo storico “The Positive Pressure (Of Injustice)”: che i milanesi siano un’istituzione del thrash metal italiano è fuori discussione, e che quell’album rappresenti, insieme al precedente “Tension At The Seams”, l’apice e la fortuna della loro carriera, è verosimilmente vicino alla realtà. Non ha certo alcun senso commentare la tenuta live di una band con una storia così lunga e che calca i palchi italiani con indubbia frequenza, ma di sicuro la curiosità di vedere come i milanesi siano in grado di confrontarsi con il passato è tanta. E’ vero che molti dei pezzi di quest’album del 1995 vengono spesso riproposti dal vivo, ma in questa sede è tutta l’opera ad essere rivisitata nella sua interezza e, seppur con qualche variazione sul tema, gli Extrema portano a casa il risultato: la più grossa differenza con la formazione di allora è, ovviamente, la voce, con GL Perotti (a cui Tommy dedica un pezzo in nome dell’antico connubio) nel primo caso e Tiziano Spigno, ormai da cinque anni in formazione, nel secondo; entrambi ottimi cantanti, il primo aveva dalla sua un’attitudine selvaggia che permetteva di spingere più a fondo sull’acceleratore, mentre il secondo mette in mostra un approccio più vario e completo che, però, non snatura eccessivamente gli originali. Brani come “This Toy” o “Money Talks”, ad esempio, perdono un po’ in aggressività ma restano comunque un pugno in faccia ragguardevole e l’esperienza di questi navigati musicisti si nota eccome, con i riff di Tommy in bella evidenza, ben supportato dalle bordate di basso e batteria. Finale con pezzi più recenti, tra cui spicca “For The Loved And The Lost”, a dimostrazione di come, trent’anni dopo, gli Extrema sappiano tuttora scrivere ottima musica: il ‘massacro collettivo’ non ha ancora visto la parola fine. (Alessandro Elli)

ONSLAUGHT
Cori a caso di “Madonnina dai riccioli d’oro”, urla alzatesi durante il concerto degli Onslaught testimoniano la sobrietà che ha contraddistinto l’intero set della band britannica autrice, per chi scrive, di uno dei più energici live della giornata. Se sul piano tecnico, infatti, la sfida verrà (ovviamente) vinta dai Coroner, su quello del surriscaldamento sonoro e corporeo, la lotta tra il quartetto di Bristol e il cingolato tedesco che chiuderà la prima tappa del Metalitalia.com Festival termina con un pareggio fatto di sudore e lividi. Abbiamo scritto quartetto ed avete letto bene. Da qualche mese, infatti, gli Onslaught devono fare a meno del loro leader e fondatore Nige Rockett il quale, a causa di un problema alla spalla sinistra non riesce ancora ad imbracciare lo strumento e suonare. Defezione non di poco conto, magistralmente sopperita dalla prestazione di Dave Garnett, assoluto protagonista in questo doppio ruolo di cantante-chitarrista. Un’ora pesante, dove il famoso e gioviale ‘tupa-tupa’ regna sovrano, dove i riff sferzano l’aria da cima a fondo, cogliendo in pieno volto i festanti thrashers intenti a catapultarsi aldilà delle transenne con sorrisoni a trentadue denti mentre qualcuno è addirittura disposto a donare il proprio sangue pur di ricevere un plettro dai tre musicisti. E la scaletta proposta in quel di Trezzo è un perfetto contorno del quadro appena descritto: “Let There Be Death” è semplicemente il pezzo giusto per ciò che verrà di seguito; da “The Sound Of Violence” a “Strike Fast Strike Hard”, da “Destroyer Of Worlds” a “A Perfect Day To Die”, dedicata al solo ed unico Lemmy Kilmister. E’ una scalata continua verso la calura soporifera, un ipnotico treno in corsa da trapanare i padiglioni auricolari, sostenuto dalla spasmodica energia sprigionata dallo stesso Garnett, dai continui incitamenti di Jeff Williams, dalla prova granitica e precisa del gentil James Perry. Onslaught impeccabili, fan soddisfatti, come già dimostrato in sede di meet and greet. Con “Thermonuclear Devastation” la devastazione è servita, totale, completa. Ora ci si può riposare, ci si può concedere una rinfrescante birra. Ma non per molto; è in arrivo un Bulldozer targato Milano. (Andrea Intacchi)

BULLDOZER
Anche per i Bulldozer la scelta è quella di andare a riscoprire il momento storico di maggior fulgore del gruppo, pescando, per la setlist del concerto, tra i brani dei primi due album, “The Day Of Wrath” del 1985 e “The Final Separation” dell’anno successivo, ossia quelli che hanno costruito il mito della formazione milanese, anche e soprattutto fuori dai nostri confini. Dalla nascita della band sono passati ormai più di quaranta anni e, come è ovvio che sia in campo estremo (o perlomeno quello che negli anni ’80 era estremo), i Bulldozer si sono visti superare in cattiveria, violenza e presenza scenica dalle nuove leve del metal più oscuro ma, anche oggi, hanno dimostrato di saper mettere in piedi uno spettacolo apprezzabile, puntando sul lato più tetro della loro discografia e tralasciando invece i brani goliardici. I due mattatori sono ancora AC Wild, la cui figura si staglia minacciosa nel consueto mantello nero e la cui ugola, anche dal vivo, è una via di mezzo tra Lemmy e Cronos, ed Andy Panigada, più solare e propenso ad interagire con un pubblico che mostra di gradire, scandendo a più riprese il nome della band durante l’esecuzione di brani storici come “Fallen Angel”, prima pubblicazione in assoluto dei lombardi, “The Great Deceiver”, la doomeggiante “Welcome Death” e la cover di “Iron Fist” dei Motörhead, proposta come logica ed inevitabile conclusione. Buono anche il lavoro degli altri tre musicisti, tutti ormai in formazione dalla reunion del 2008.
Forse la loro musica non incute più timore come nei bei tempi andati e la tenuta sul palco non è più quella di una volta, ma i Bulldozer sono stati in qualche modo un riferimento per molti artisti che, probabilmente, una certa attitudine l’hanno ereditata da questi attempati precursori e vedendoli dal vivo si capisce ancora oggi il perché. (Alessandro Elli)

CORONER
Rispetto alle ultime uscite live, che li hanno visti accompagnare i Vio-Lence nel loro tour americano e comparire a una manciata di festival, questa è una serata di grande spolvero per i Coroner, che hanno a disposizione un lungo slot da co-headliner.
Viene così stravolta la scaletta rimasta costante in questi mesi, ma non la scelta di ripercorrere la loro carriera con estratti da tutti i dischi, e il risultato è scontato: fan felicissimi e una dimostrazione inequivocabile della loro straordinaria classe. La resa complessiva è impeccabile; Ron Royce – ennesimo bassista/cantante della giornata odierna – non sbaglia un colpo, mostrando anche un’ugola in gran forma, mentre il fidato Tommy Baron dimostra una verità inequivocabile: anche senza riff (o pochissimi, per la precisione), e senza cedere al puro virtuosismo, è possibile suonare metal ed evocare cattiveria; al punto che nella prima parte del concerto i Coroner sembrani dei Celtic Frost solo più tecnici (e del resto l’ispirazione di Tom G. Warrior è nota fin dagli esordi, ospitate comprese). Rapacchietti e Stössel sono molto più di semplice gregari: il primo, dietro le pelli, alterna muri sonori devastanti a passaggi clinici e misurati, mentre l’apparentemente anonimo tastierista contribuisce parecchio a ispessire il sound, oltre a occuparsi delle seconde voci efficacemente. Come detto, si passa per tutte le fasi della loro sfaccettata e multiforme carriera, dalla ritmata “Serpent Moves” perfetta per ridurre l’assalto all’arma bianca iniziale, passando per momenti decisamente progressivi (parecchi gli estratti da ”Mental Vortex”, resi anche in forma più dilatata), fino a brani decisamente in the face, utili a ridare dinamica verso la fine del concerto (l’immancabile “Reborn Through Hate”).
Se però dal punto di vista della resa musicale non possono essere mosse critiche, comparando questo ad altri loro live visti, la sensazione è che – complici una certa freddezza chirurgica, per non dire elvetica, e un paio di momenti troppo cerebrali nel corso dello show – forse la dimensione ideale per godere dei Coroner è quella in formato ridotto, diciamo entro l’ora di durata, prima che faccia capolino un certo eccesso di mestiere. (Simone Vavalà)

SODOM
Con ansia monolitica udiamo notori inni altisonanti; noi oggi godiamo raggianti, anime zelanti, inossidabili, eterne. Ok, basta con la poesia: le note di “Out Of The Silent Planet” dei Maiden finiscono e i Sodom appaiono dal maxi tendone, nello stesso modo in cui, riportando l’orologio alle 10.30 di questa mattina, si sono presentati in sede di soundcheck, con Onkel Tom e la sua t-shirt simbolica, sfoggiante un 1982 che cementa i quarant’anni di una band storica e fondamentale. Piacciano o meno, tra i famosi Big 4 teutonici, i Sodom sono riusciti nel tempo a ritagliarsi una pagina speciale in fatto di coerenza e inossidabilità. Sodom al mattino, Sodom al primo pomeriggio, per accogliere i numerosi fan accorsi per una foto con loro, per un autografo, per una stretta di mano; Sodom in seconda serata, per piallare, come degli autentici falegnami del thrash, le capocce saltellanti degli astanti. Tom Angelripper, affiancato dal vecchio amico Frank Blackfire, da York Segatz e Tony Merkel, a chiudere un manipolo finalmente a disposizione per un intero show, cancellando la sfortunata e brevissima esibizione di quattro anni fa al Rock The Castle. E questa volta, per la cronaca, non è spuntato nemmeno uno spray al peperoncino a rovinare la festa. Ci si mette quindi in prima fila per vedere da vicino il bassista di Gelsenkirchen mentre ci spara in faccia la rapidissima “Sodom & Gomorrah”, utile (semmai ce ne fosse bisogno) a generare quel vortice di corpi reattivi nella loro esplosione in formato mosh-pit. Quello che ne segue, sarà una lunga setlist di diciannove pezzi, ricoprendo gran parte di quella carriera quarantennale che troverà il proprio apice commerciale il prossimo ottobre con la pubblicazione di “40 Years At War”. A proposito di guerra, si giunge freschi al terzo brano per urlare e ripetere a squarciagola “agent orange burns!“. E ancora “Tired And Red”, la passionale ed eterna “Christ Passion”, la “Ma ma mow pa pa ma ma mow pa pa” di “Surfin’ Bird” giusto per dare la scossa ad un ambiente effettivamente troppo ‘rilassato’. Quella formazione a quattro elementi, sinora vista col contagocce, che, se da una parte ha perso quel grammo di ignoranza e grezzume, dall’altra ha guadagnato in potenza, e l’accoppiata “Caligula”-“Nuclear Winter” non può che confermarlo. Buona, buonissima anche la versione live dell’ultimo (e classico) “1982”, anticipando le hit finali. Ah sì certo, nel frattempo, sotto al palco testa e schiena hanno ormai raggiunto il livello di massima sopportazione (l’età avanza ma si prosegue). Cosa manca all’appello? Beh, innanzitutto un simpatico momento softcore con la messa in mostra della pancetta di Tom (Frank si era già denudato). E quindi, nell’ordine, la mitragliata a firma “Blasphemer”, la mitica “Remember The Fallen” e le due bombe, appunto, “Ausgebombt” e “Bombenhagel”. Il prossimo anno Tom raggiungerà quota sessanta, lo ha ricordato durante il concerto, mettendosi orgogliosamente in ascolto dei cori elargiti dai sodomaniacs, compresi quei due ragazzotti venuti a Trezzo direttamente da Vancouver esclusivamente per vedere il gruppo tedesco. La mezzanotte è trascorsa da quaranta minuti; la prima giornata a tinte neroverdi va in archivio, faticosamente soddisfatti di aver visto otto show degni di tale nome e molta gente altrettanto appagata. (Andrea Intacchi)

PUBBLICO

Le foto del pubblico di sabato 17 settembre le trovate a questo indirizzo.

MEET & GREET

PARTE 1: SODOM, EXTREMA, BULLDOZER a questo indirizzo.

PARTE 2: ONSLAUGHT, IN.SI.DIA, CORONER, NATIONAL SUICIDE & HYADES a questo indirizzo.

 

DOMENICA 18 SETTEMBRE

BLASPHEMER
Le ostilità della seconda giornata di festival vengono aperte dai Blasphemer, veterani della scena death metal tricolore sviluppatasi a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Essendo originario della zona, il gruppo del cantante/bassista Clod the Ripper – noto anche per la sua attività di tatuatore e illustratore – e del chitarrista Simone Brigo gioca praticamente in casa, e non occorre molto tempo per appurare come abbia preparato a dovere la performance odierna per non sfigurare davanti al ‘suo’ pubblico. Spalleggiati da Nicolò Brambilla dei Fuoco Fatuo alla seconda chitarra e da Francesco Vella degli Electrocution alla batteria, i Nostri si rendono protagonisti di un set intenso e ultracompatto, sfruttando al meglio la mezz’ora a disposizione sul palco e presentando finalmente anche da queste parti i brani dell’ottimo “The Sixth Hour”, disco pubblicato da Candlelight a ridosso della pandemia la cui promozione dal vivo – di fatto – ha avuto inizio solo questa estate. Non c’è spazio, quindi, per il materiale del miniclassico “On the Inexistence of God” o degli esordi più legati alla sfera ‘brutal’ del genere; con la suddetta opera il quartetto ha abbracciato pienamente un suono di marca Immolation/Morbid Angel/primi Sinister, nel segno di un approccio tecnico, vorticoso ma mai sovrabbondante, che a fronte dello show di Trezzo sull’Adda possiamo dire trovi definitivo riscontro delle proprie qualità nella dimensione live. Brani come “Hail, King of the Jews!”, “Lord of Lies” o la titletrack (con tanto di striptease sacrilego da parte di una modella sbucata da dietro le quinte), quest’oggi, suonano oggettivamente da paura, inaugurando nel migliore dei modi questa domenica di estremismi e blasfemia. Orgoglio nazionale. (Giacomo Slongo)

BOLZER
Se fuori splende un sole caldo e luminoso, all’interno del Live Club di Trezzo sono le tenebre a dominare lo spettacolo del Metalitalia.com Festival. È ancora primo pomeriggio quando i Bölzer entrano in scena: il duo di Zurigo, prima di accendere la miccia, deve affrontare qualche piccolo problema tecnico dovuto ad un cavo difettoso, risolto dopo diversi minuti. Il denso fumo e le cupe luci avvolgono i Nostri che danno il via ad una performance, fin da subito, coinvolgente e soprattutto convincente. Il suono dei Bölzer è come lo conosciamo: massiccio e cavernoso, violento e trascinante. “Roman Acupuncture” è il primo brano di una scaletta azzeccata che attinge la propria forza alla fonte sonora della violenza e dell’imprevedibilità. I blackster svizzeri estrapolano i migliori brani dalla loro discografia composta da un solo album (“Hero”) e diversi EP, regalando la première di una nuova traccia che rende acuta l’attenzione della platea in via di riempimento. Le atmosfere create dai Bölzer sono quasi asfissianti, i suoni densi e sepolcrali di “The Archer” sbattono come onde su scogli doom che ne rallentano i ritmi. Sono proprio le continue accelerazioni e decelerazioni ritmiche a dare vivacità a questo breve ma intenso spettacolo. La presenza scenica del combo elvetico regala al pubblico un’immagine surreale, nella quale due spettri imponenti sembrano volteggiare nella nebbia emettendo urla profonde. KzR alla chitarra e HzR alla batteria offrono quaranta minuti di un buon black metal intriso di death, così compatto e dinamico da far dubitare che sul palco suonino solo due musicisti. Senza troppe interazioni col pubblico, i Bölzer lasciano la scena consapevoli di aver dato prova della loro forza, un vigore rimasto intatto negli anni che riscuote un buon consenso dei presenti. (Daniele Ruggiero)

NECROPHOBIC
Reduci dal successo di “Dawn of the Damned”, l’ultimo full-length del 2020, e del suo predecessore “Mark of the Necrogram” (2018), i Necrophobic si presentano sul palco determinati ed in gran forma. Tutto il loro valore artistico, cresciuto nel tempo, si rispecchia benissimo anche in versione live nonostante l’equalizzazione dei suoni non sia perfettamente calibrata. Ma andiamo per ordine: i cinque svedesi entrano in scena col consueto corpse paint, in perfetto stile black metal, aizzando subito la folla con le violente frustate di “The Infernal Depths of Eternity”. La percezione evidente è che i Nostri vogliono divertirsi, ma soprattutto far divertire la folla che, nel frattempo, ha riempito il pit. Sono solite, infatti, le interazioni tra i componenti della band ed i fan, un’energia invisibile che accende feeling e complicità. Le chitarre dell’imponente Johan Bergebäk e dell’istrionico Sebastian Ramstedt movimentano la scena sonora intrecciando i corposi arrangiamenti ad assoli vorticosi: un connubio vincente che valorizza i brani dei Necrophobic, veri maestri nel dispensare adrenalina. Come accennato prima, il suono risulta un po’ impastato, i vari strumenti si divorano a vicenda perdendo di tanto in tanto la propria identità. Non è certo questo contrattempo tecnico a fermare il treno svedese che senza mai deragliare attraversa il passato coi brani “The Call” e “Black Moon Rising” per poi tornare prepotentemente al presente con la splendida “Mark Of The Necrogram”. Il drumming di Joakim Sterner è preciso ed aggressivo coadiuvato, senza sbavature, dal basso del turnista Tobias Cristiansson: un’orchestra diabolica diretta magistralmente dal ringhio abrasivo di Anders Strokirk che non smette mai di incitare i presenti. “Tsar Bomba” è la vera e propria esplosione di emozioni, un brano diventato ormai un inno irrinunciabile, capace di mandare all’inferno qualsiasi pensiero ostile. Un altro momento memorabile è sicuramente l’esecuzione di “The Nocturnal Silence”, brano storico di un gruppo altrettanto leggendario nella storia del black metal svedese, che vanta un’ampia discografia priva di passi falsi. Dopo quasi un’ora di concerto, il sorriso sul volto dei Necrophobic davanti a tante corna alzate, è il miglior saluto che la band potesse dare al festival.

TRIBULATION
Dopo un poker di show particolarmente intenso e violento, si tira un po’ il fiato con l’arrivo sul palco dei Tribulation, formazione le cui origini death-black appaiono sempre più lontane e poco indicative della sua proposta odierna. Nel 2022, il quartetto svedese ha ormai molte più cose in comune con pilastri del gothic rock come The Sisters of Mercy e Fields of the Nephilim, piuttosto che con gente borchiata come Repugnant, Possessed e Dissection; inoltre, si trova ad un giro di boa cruciale (forse ancora più delicato di quello del suddetto cambio di stile) conseguente all’abbandono del chitarrista/membro fondatore Jonathan Hultén, sostituito dall’ex Enforcer Joseph Tholl con cui ha da poco pubblicato il singolo “Hamartia”, primissima testimonianza di questo nuovo assetto della line-up. Attese di un certo peso, quindi, che il gruppo dimostra di affrontare a viso aperto e con la convinzione di chi crede tantissimo nelle scelte artistiche fatte, nonostante – almeno per chi scrive – la sensazione è che i Nostri si trovino in un limbo per cui potrebbe valere la classica espressione ‘né carne né pesce’. Intendiamoci, da un punto di vista strettamente formale, la resa delle varie “In Remembrance”, “Leviathans” e “Funeral Pyre” mostra il fianco a ben poche critiche, con la loro vena sensuale e decadente a riflettersi nei morbidi arpeggi partoriti dalla coppia d’asce e nelle ritmiche pulsanti imbastite da basso e batteria, ma siamo sicuri che questo impianto sonoro colpisca il cosiddetto bersaglio grosso, accompagnato così com’è dalle screaming vocals di Johannes Andersson? A quale pubblico vogliono parlare i Tribulation? Vista la tipologia di offerta, non sarebbe meglio sposare una vocalità più espressiva e pulita? Il dubbio francamente ci resta, a maggior ragione quando poi, nel finale, una “The Vampyre” ripescata dal debutto “The Horror” spazza via con la sua mordacia e la sua coerenza quanto udito nei minuti precedenti. Giudizi puramente soggettivi, ma che per onestà intellettuale ci sentiamo di esprimere anche in questa sede. Buona parte della platea sembra comunque rapita dalle trame feline e sornione della band, e lo show – potendo anche contare su suoni equilibrati (una costante della giornata) e su giochi di luce di argentiana memoria – vola via in un attimo. (Giacomo Slongo)

BATUSHKA
La scenografia si fa ecclesiastica, con il palco – o meglio l’altare – che si riempie di immagini sacre, drappi, candelabri ed una bara, il suono dei campanelli diventa sempre più intenso ed ecco che entrano in scena i Batushka: accanto al leader Krzysztof ‘Derph’ Drabikowski la formazione è imponente, con altri otto elementi, di cui ben tre alla voce, tutti bardati nei loro neri costumi monacali e con il volto coperto per intero, scalzi e completamente immobili per tutta la durata dello spettacolo, così da creare un’atmosfera ancor più solenne. I ‘preti’ polacchi negli ultimi anni hanno dovuto subire molte vicissitudini, a causa del clamoroso split che ha portato alla costituzione di due band con lo stesso nome e alle annesse dispute legali, ma lo show che propongono rimane più o meno invariato dai tempi dell’esordio “Litourgiya”: il loro è un black metal abbastanza canonico ma ben eseguito, intervallato da cori liturgici e momenti in cui l’unico suono è uno scampanellio, come in una vera e propria cerimonia religiosa ma il vero punto di forza è l’aspetto visivo. I ‘fedeli’ assistono nel più totale silenzio, che fa un certo effetto in un concerto metal, e addirittura non è raro vedere qualcuno che invita il vicino a non disturbare portando il dito davanti alla bocca, fino a che, al termine della celebrazione, dopo un’ora precisa di spettacolo in cui vengono proposti brani dal disco d’esordio ma anche dal successore “Панихида”, i monaci ci lasciano senza pronunciare una parola: la messa è finita e tutti se ne vanno in pace ed entusiasti per aver assistito a qualcosa fuori dal comune, che andava visto in questo momento, per non rischiare di arrivare tardi, e che, come tutti i fenomeni di questo tipo, potrebbe avere una durata limitata.
Magari, in futuro, la formula mostrerà dei limiti e sarà necessario apportare qualche cambiamento per non rischiare di diventare ripetitivi; ma per ora la proposta mantiene intatto tutto il proprio fascino e va più che bene così. (Alessandro Elli)

ASPHYX
Pensi all’Olanda death metal di inizio anni Novanta, pensi anche (e soprattutto) agli Asphyx. Una dicotomia che sul palco del Metalitalia.com Festival rivive con un altro tuffo nel passato dopo quello regalatoci nel pomeriggio dai Necrophobic, nel segno di quattro veterani verso cui è quasi superfluo spendere troppe parole. Anche stasera, Martin van Drunen, Paul Baayens, Alwin Zuur e Stefan Hüskens fanno esattamente quello che è lecito aspettarsi da loro e – più in generale – da un nome appartenente alla vecchia guardia: asfaltare la platea a suon di esperienza e concretezza, rigettando qualsiasi orpello in favore di un approccio rustico e solidissimo. Gente che, quando non calca le assi di un palco, potresti incontrare al bancone del pub o in mezzo al pubblico di qualche concerto, e che nonostante una carriera leggendaria ci tiene a mantenere vivo questo legame con la scena, all’insegna di una simpatia e di un’umiltà che il cinquantaseienne frontman (!) rimarca ad ogni introduzione di brano. Venendo alle singole performance, diciamo subito che la voce di van Drunen inizia a mostrare qualche timido, comprensibilissimo segno di cedimento, ma a conti fatti si tratta di una minuzia che l’apporto strumentale dei compagni fa passare più che in secondo piano: Zuur e Hüskens – quest’ultimo sempre più enorme dietro il proprio drum-kit – formano una sezione ritmica a dir poco granitica e funzionale, mentre Baayens alla chitarra non sarà forse un Eric Daniels, ma di certo, anche in questa sede, si dimostra il migliore successore possibile per la mente dietro capolavori come “The Rack” e “Last One on Earth”. Pietre miliari un po’ sacrificate a livello di scaletta (sono ben quattro i brani estratti dall’ultimo “Necroceros”), la quale comunque – concludendosi proprio con le mastodontiche titletrack dei due dischi pubblicati fra il ’91 e il ’92 – suggella l’ennesimo trionfo degli Asphyx e della loro visione di death metal come bulldozer che avanza inesorabile sul campo di battaglia, schiacciando ogni difesa. (Giacomo Slongo)

ABBATH
Da qualche anno a questa parte, ogni concerto di Abbath – o, se preferite, Olve Eikem – è fonte di incognite e chiacchiericci degni di una telenovela su Canale 5. Salirà sul palco ubriaco? Si cimenterà in pose improbabili? Si ricorderà i testi delle canzoni? Domande lecite a fronte degli spettacoli tragicomici allestiti con la sua incarnazione solista, puntualmente immortalati dal cinico occhio degli smartphone per gioia dei leoni da tastiera e sconforto di coloro cresciuti con il mito degli Immortal. Ebbene, fughiamo subito ogni dubbio: questa sera Mr. Abbath si è reso protagonista di un concerto che, se è vero che definire imperdibile suonerebbe iperbolico, ha comunque superato ogni nostra più rosea aspettativa, presentandoci un musicista determinato, lucido e scortato da una line-up finalmente affiatata e degna del suo nome. E – consentiteci di dirlo – è un vero piacere parlare di uno show del cantante/chitarrista norvegese per la musica, anziché per i siparietti imbarazzanti citati poc’anzi. Certo, la scenografia – con un enorme logo autocelebrativo in metallo, poggiato sullo stage – non può dirsi esattamente di buon gusto, ma soprassediamo sulla forma per concentrarci sulla sostanza: innanzitutto, la scaletta è tanto furba quanto godereccia, e questo – tenendo conto del buono stato di forma del Nostro e dei suoi gregari – fa tutta la differenza del mondo in termini di riuscita complessiva. Si parte con le tracce del repertorio solista, con “Winterbane”, “Hecate” e “Dread Reaver” (fra le altre) a scaldare adeguatamente il pubblico grazie al loro mix di trame affilate, epiche e rocciose, si prosegue con una cover del progetto-meteora I – la sempre efficace “Warriors” – e si conclude con un trittico di brani degli Immortal, il quale coincide ovviamente con il punto più alto della prova. Se “In My Kingdom Cold” e “Beyond the North Waves”, dal sottovalutato “Sons of Northern Darkness”, fanno sempre la loro porca figura, allineandosi peraltro allo stile dei dischi pubblicati a nome Abbath, la monumentale “Withstand The Fall Time” è la perla che non ti aspetti, il colpo da novanta che con i suoi otto minuti di black metal gelido e maestoso svetta come una cima solitaria su tutto quanto udito in precedenza, accontentando praticamente chiunque nel pubblico. Lo ripetiamo: non ci aspettavamo molto da lui, ma questa sera Abbath – l’uomo, oltre che il gruppo – ha dimostrato di avere ancora una sua ragione di esistere ai piani medio-alti della nostra musica preferita. Speriamo di non venire presto smentiti. (Giacomo Slongo)

WATAIN
Mi limiterò a dire che ciò che offriamo è diverso da quello che molte altre band portano sul palco”. Così Erik Danielsson, intervistato da Metalitalia.com a ridosso della pubblicazione dell’ultimo “The Agony & Ecstasy of Watain”, aveva descritto uno show della sua creatura musicale e spirituale. E come dargli torto? Un concerto dei Watain è innanzitutto un’esperienza; uno scambio di energie fra artisti e spettatori che passa sempre da una scenografia dall’impatto visivo fortissimo (basti dare uno sguardo alla gallery fotografica qui sotto) e che trova la sua sublimazione in un suono ormai inconfondibile, che ha saputo affrancarsi dagli insegnamenti di certi padri fondatori (Dissection su tutti) per codificare un linguaggio proprio e influente quanto quello di uno “Storm of the Light’s Bane”. Come ripetuto più volte in passato, i Nostri non sono il classico gruppo black metal dall’impostazione algida e distacca; il loro modo di tenere lo stage ha di fatto molte più cose in comune con le grandi formazioni metal degli anni Ottanta/Novanta, piuttosto che con quello di tanti colleghi pittati, e ciò si riflette in una resa dei pezzi fisica, vibrante, quasi trascendentale per la maniera in cui assurge a preghiera verso gli Inferi, con il frontman a dettare i tempi di una setlist forte anche in termini di brani scelti. Se cinque episodi dal suddetto “The Agony…” non stupiscono più di tanto – da paura il singolo “The Howling” e l’epica “Before the Cataclysm”, anche se non ci sentiamo di trascurare la dedica ai Bulldozer di “Leper’s Grace” – impressiona non poco il ripescaggio di tre canzoni da “Casus Luciferi”: “Black Salvation”, “I Am the Earth” e “Devil’s Blood” ci riportano direttamente alle origini del progetto di Uppsala, le stesse che – con le loro atmosfere macabre e mefitiche – riviviamo a ridosso della fine con “Angelrape”, sorpresa gradita e marcissima con la quale il quintetto va così a celebrare l’esordio “Rabid Death’s Curse”. L’impatto è di quelli memorabili, la fame e il coinvolgimento dei musicisti tangibili, per uno show pressoché encomiabile che ha il solo difetto di concludersi troppo presto, suggellando nel migliore dei modi, sulla coda melodiosa del classico “Malfeitor”, una due giorni di festival di cui non possiamo che sentirci orgogliosi. Grazie Watain, e – soprattutto – grazie a tutti voi. (Giacomo Slongo)

PUBBLICO

Le foto del pubblico di domenica 18 settembre le trovate a questo indirizzo.

MEET & GREET

PARTE 1: WATAIN, TRIBULATION a questo indirizzo.

PARTE 2: BATUSHKA, ASPHYX a questo indirizzo.

PARTE 3: BOLZER, NECROPHOBIC, BLASPHEMER a questo indirizzo.